Monte Acuto

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Età Romana

Archeologia


Intensa e ricca è stata la presenza romana (secc. III a.C.-V d.C.) che tante testimonianze ha lasciato in diversi campi, da quello economico, a quello sociale, a quello militare. La fortezza romana di Castro ne è l’esempio più insigne.

Gli insediamenti di età romana

Se si escludono Luguido, Hafa e Caput Tyrsi, centri legati alla viabilità, ossia semplici stationes (stazioni con locande e stalle per il ricovero dei cavalli), e almeno nel primo caso ad uno stanziamento militare, ma che comunque erano di dimensioni assai ridotte, nel Monte Acuto dovevano esistere solamente piccolissimi insediamenti, legati allo sfruttamento agrario del territorio. Non si conosce l’esistenza di ville rustiche, che comunque dobbiamo immaginare presenti almeno nelle regioni più fertili, quelle pianeggianti adatte ad un intenso sfruttamento cerealicolo. Piccole necropoli, individuate in diversi siti, sono certamente da porre in relazione a questi microinsediamenti, talvolta legati a nuclei monofamiliari, e alla stessa dinamica insediativa può legarsi il riutilizzo dei nuraghi, evidenziato in più casi dal ritrovamento di materiali di età romana e altomedievale. Al di là dell’insediamento rurale e delle stationes stradali dovevano essere ampiamente sviluppate le forme di stanziamento vicaniche di tradizione protostorica. La documentazione epigrafica specifica la localizzazione nel territorio di Monti e, certamente, nelle aree prossime del popolo dei Balari, ricordato tra i celeberrimi populi (le popolazioni più note) della Sardinia da Plinio il Vecchio nel I sec. d.C. oltreché da Sallustio e da Livio. Il confine antichissimo tra il populus dei Balari e l’ager olbiense (il territorio di Olbia) lungo il rio Scorra Oe è attestato da un’iscrizione rupestre incisa su un macigno di granito che sorge nel letto del fiume.
Il testo documenta la disposizione, stabilita dal Prefetto della Sardinia, agli inizi del I sec. d.C., di porre i termini (ossia i cippi di confine) che delimitassero il territorio dei Balari, affinché l’indomita tribù sarda non sconfinasse.

La viabilità romana

Fonti di diverso genere testimoniano come in età romana la Sardegna nord-orientale fosse percorsa da una fitta rete di strade, che collegavano tra loro i vari insediamenti ubicati in questa porzione territoriale e gli altri centri abitati dell’Isola.Una delle vie principali si dirigeva verso Olbia, deviando dall’asse di collegamento tra Carales (Cagliari) e Turris (Porto Torres); le fonti scritte indicano che questa attraversava i centri di Hafa, localizzata presso Mores, e Luguido, in prossimità di Castro di Oschiri, ma il suo tracciato è meglio precisato dalle fonti archeologiche ed epigrafiche. Queste ultime sono rappresentate dai cippi in pietra in cui erano incise le miglia di distanza dalla località di partenza, Olbia o Carales, insieme ad altre indicazioni. Dopo i miliari rinvenuti nei territorio di Mores, la prima testimonianza monumentale è rappresentata dal Ponte Ezzu, ubicato al confine tra le campagne di Mores e Ittireddu, in località Isola di Don Gavino.
Del ponte, che cavalcava il Riu Mannu, rimangono oggi solamente due delle tre arcate originarie, di differenti dimensioni. Il ponte era costruito in opera cementizia, con un rivestimento in blocchi squadrati di basalto nero. Presso le fondazioni sono ancora visibili i rostri frangicorrente, mentre è completamente scomparsa la parte superiore del ponte con il coronamento e il parapetto.
La strada attraversava successivamente il territorio di Ozieri, come attesta ancora il ritrovamento di miliari e altri significativi monumenti: il ponte di Iscia Ulumu in regione San Luca, il Pont’Ezzu in località Punta di Navole e il ponte di Badu Sa Femina Manna. Del primo rimangono solo le strutture di fondazione dei piloni, mentre ben conservato, grazie anche ai numerosi restauri e alla continuità d’uso, è il Pont’Ezzu sul Rio Mannu; il ponte, lungo oltre 90 metri con sei arcate decrescenti, ha un paramento murario in conci squadrati, che rivestono un conglomerato cementizio. A sei arcate era anche il terzo ponte, del quale si conservano solamente le pile in conglomerato cementizio rivestito da blocchi trachitici. Raggiunta Luguido presso Santa Maria di Castro, a pochi chilometri da Oschiri, dove tra l’altro fino a pochi decenni orsono potevano ancora scorgersi i resti di un altro ponte, la via proseguiva attraversando le campagne di Berchidda e Telti, come attestano altri miliari, per giungere finalmente ad Olbia. Nei territori oggi del Monte Acuto passava anche un’altra importante via, che collegava Carales a Olbia attraversando le impervie regioni montuose delle Barbagie.
Una delle stazioni nominate dalle fonti è Caput Tyrsi, le "sorgenti del fiume Tirso", localizzabile con probabilità in località Sos Muros di Buddusò. Forse la via, presso Luguido, si ricongiungeva all’altra strada di cui si è precedentemente parlato. A questi assi viari principali dovevano aggiungersi altre strade secondarie, come quella di cui rimane traccia in località Badu’e Crasta, nelle campagne di Pattada, dove si osserva un tratto della strada romana in cui sono evidenti i solchi dei carri.

Da Luguido a Castro

La stazione di Luguido, trovandosi presso un importante snodo viario, dovette avere un carattere spiccatamente militare; la sua posizione strategica consentiva infatti di controllare da una parte la strada che collegava Olbia con gli altri importanti centri dell’Isola, primo fra tutti Carales (Cagliari), dall’altra il percorso che, aggirando ad ovest i monti del Limbara, raggiungeva Gemellae (Tempio Pausania o più probabilmente Perfugas) e successivamente la costa settentrionale presso Tibula (Santa Teresa di Gallura o Castelsardo).
Il ruolo di Luguido come centro militare è testimoniato dai rinvenimenti epigrafici, che attestano lo stanziamento nel I secolo d.C. di un reparto della Cohors III Aquitanorum, una truppa militare composta da Aquitani, a cui forse succedette un altro distaccamento formato da Sardi (la Cohors I Sardorum).
Tale ruolo non dovette cessare nei secoli successivi, e durò almeno fino all’alto medioevo; secondo alcuni il centro si identifica con i Castra Felicia, citati da un geografo di età bizantina, l’Anonimo Ravennate.
Oltre alle testimonianze epigrafiche, dell’importante centro militare rimangono resti di strutture fortificate sul colle di San Simeone presso Oschiri, dove in sommità si osservano evidenti tracce di mura in opera a telaio, ossia con piedritti alternati a tratti murari in piccole pietre e malta; il circuito fortificato, che cinge tutta la sommità del colle, ingloba al suo interno cisterne e altri edifici.
Nel lato verso est, dove presumibilmente passava la via romana, era posta per una migliore difesa una triplice cinta muraria, ancora visibile alla metà del XIX secolo. Ancora nel pieno medioevo la diocesi che aveva la sua cattedrale presso la vicina chiesa di Santa Maria, a circa un chilometro a nord del colle fortificato, ricorda col nome di Castro l’antica funzione militare del centro.

Le tracce del Cristianesimo dei primi secoli

Nei primi secoli la diffusione del Cristianesimo, partendo dai centri urbani quasi esclusivamente ubicati sulle coste, si diffuse nei territori interni dell’Isola passando per le più importanti vie di comunicazione. Ciò dovette verificarsi anche nel territorio in esame, dove i luoghi di culto attualmente conosciuti sono legati a strutture ipogee, probabilmente da mettere in relazione con il fenomeno del monachesimo di tipo orientale, eremitico o più probabilmente organizzato in laure. Questi insediamenti monastici erano composti da piccole celle sparse ma non distanti tra loro, nelle quali i monaci vivevano in eremitaggio per gran parte del tempo, pur facendo riferimento a luoghi di culto comuni.
È soprattutto nel Monte Santo, ricco di anfratti naturali e di ipogei artificiali di età preistorica, che il fenomeno sembra attestarsi con particolare evidenza; lo stesso nome dato al monte sottolinea il particolare carattere "sacro" del territorio, che nel pieno medioevo verrà occupato da insediamenti monastici di regola benedettina.
Il monumento più interessante è senza dubbio Su Crastu de Santu Eliseu (la roccia di Sant’Eliseo), un grosso masso sito ai piedi del Monte Santo, entro il quale è stata ricavata una serie articolata di ambienti: un vano di ingresso trapezoidale, con incavi e ripiani di varia dimensione, da cui si accede ad un ampio vano centrale, sempre trapezoidale, al centro del quale è scavato un bacile, un ambiente di piccole dimensioni, con una piccola finestra e un altro vano quadrangolare. Entro quest’ultimo, illuminato da una finestra, sono ricavati nella roccia sedili e altri piani, forse semplici giacigli. In un ambiente alcuni simboli cristiani incisi nella roccia sembrano suggerire una funzione abitativa, mentre secondo altre ipotesi gli elementi strutturali indicano per il monumento una funzione culturale, comunque legata alla presenza di monaci. Allo stesso utilizzo possano riferirsi anche S’Istampa ’e Sas Fadas e S’Istampa ’e Santu Marcu. Quest’ultima è una grotta (istampa nel dialetto locale) raggiungibile da una terrazza naturale situata sul Monte Lachesos, preceduta da un corridoio gradato. La grotta, evidentemente artificiale almeno in parte, ha pianta circolare ampliata in forma ellittica da un sedile, sul quale si apre un ampio nicchione, in asse con l’ingresso. Come Su Crastu de Santu Eliseu, anche questo ipogeo potrebbe essere collegato alla presenza di monaci eremiti.


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